Aprile 24, 2008

L’Olimpiade degli Sponsor

Premessa: per un direttore di giornale il rapporto con la pubblicità è questione importante e spinosa. Ne va dello stipendio e, nello stesso tempo, della qualità e trasparenza di ciò che proponiamo ai lettori. Ciò invita da sempre molti miei colleghi a tartufismi imbarazzanti. Non è il mio stile, e poi un blog è un blog, un fatto espressivo irriducibilmente individuale. Quindi proverò a riassumere con serenità il mio punto di vista, non necessariamente quello del mio Editore, che pure mi lascia operare nella massima libertà.

E’ vero che le Olimpiadi di Pechino segnano, o dovrebbero segnare, il trionfo della globalizzazione illimitata e di un pensiero unico - il neocapitalismo totem socioculturale del terzo millennio - che mi spaventa assai.

E’ vero che molti dei grandi sponsor sono stati coinvolti nel passato anche recente in violazioni più o meno colpevoli dell’etica che impone di non far cucire palloni e magliette ai ragazzini del terzo mondo: come quelli del primo, anche loro avrebbero diritto di stare a scuola e non al tornio.

E’ vero che l’organizzazione stessa del mercato finanziario che sorregge le imprese multinazionali pone il profitto come principio e come fine di ogni attività umana. Altro errore di prospettiva che, egoisticamente, potrebbe costarci caro. Senza valori non si crea valore.

E’ vero che la vicenda del Tibet avrebbe assunto ben altra rilevanza se attorno ai giochi di Pechino non si aggomitolassero interessi politici ed economici di enorme rilevanza.

Non è vero, invece, che spetti alle aziende o agli sponsor commerciali il compito di porsi come primi attori a tutela dei diritti umani. Quello è il mestiere degli stati e dei leader politici. E, ancor più, di noi tutti; intendo di ogni singolo individuo di buona volontà, testimone dei propri principi. A noi spetta il compito, se lo vogliamo, di far udire una voce scomoda, che antepone i diritti al profitto, la libertà dell’individuo a quella del mercato (come se, nell’impostazione classica e corretta del liberalismo, le due cose non coincidessero…).

E’ vero, infine, che le aziende sono fatte di uomini, e che gli uomini posso scegliere. Molti li conosco, e so che condividono quanto vado sostenendo. Non metto in discussione la loro presenza a Pechino, non lo fa neppure il Dalai Lama. Mi auguro solo che il tono della loro presenza sia asciuttamente e sobriamente legato all’evento sportivo e alla pubblicità di marchi e prodotti. Dovesse invece diventare una celebrazione del «miracolo cinese» o, peggio, la legittimazione servile e giustificatoria di un regime che ritengo tuttora impresentabile, le criticherò con grande nettezza. Anche a costo di perdere qualche pagina di pubblicità. Come diceva Humphrey Bogart: è la stampa bellezza, e non puoi farci nulla!

Aprile 24, 2008

Tibet, Italia

Torno al mio blog dopo tre giorni d’assenza, sorry… Sul fronte tibetano, poche novità e tutte sottotraccia. Le mie fonti a Daharamsala, sede del governo tibetano in esilio, parlano di contatti tra emissari del Dalai Lama e non meglio precisate autorità cinesi: non le definirei ancora speranze concrete ma una piccola luce nel buio pare si sia accesa, e per ora mi accontento. Intanto la torcia olimpica continua il suo torturatissimo viaggio, le manifestazioni proseguono come un tremore sordo, in assenza di grandi scossoni i giornalisti occidentali sembrano essersi stancati di riportare ogni giorno la stesse notizie (e sbagliano), il rischio di questo intermezzo è che la questione tibetana, e più in generale quella dei diritti umani, scivoli in secondo piano, diventi routine. Tocca a noi, e al popolo della rete, tenerla viva. Contrastare la campagna di contro-informazione scatenata dai cinesi. Inventarsi ogni giorno un modo per esserci.

La vera novità, nel mio piccolo, è che il blog di Max e i relativi messaggi che ci incaricheremo di far pervenire  alle autorità di Pechino dopo il ponte del primo maggio, stanno prendendo una strana piega politica nostrana, come se la questione Free Tibet si incrociasse con l’esito delle elezioni e le divisioni ideologiche che da sempre percorrono la nostra comunità nazionale. In sostanza, si ideologizza. Può non essere un male: è sempre meglio un interesse laterale o distorto che un disinteresse tombale. Ma attenzione, ragazzi: James che nel suo commento mischia Tibet e Kossovo, che ci accusa di salire sul carrozzone «Tibet Libero» per impicciarsi di affari d’altri che poco conosciamo, mi ricorda da vicino alcuni amici della sinistra radicale e alternativa, disperatamente avvinti all’idea che la violazione dei diritti fondamentali da parte di regimi nazional-comunisti sia in qualche modo giustificata da fini ultimi magnifici e progressivi. La questione balcanica è certamente complicata e i serbi non sono gli unici «uomini neri» della regione. E per me, il concetto di libertà inalienabile dell’individuo vale tanto per i serbi quanto per i tibetani. Ma non si possono mischiare due contesti e due situazioni storiche tanto diverse. Caro James, do you remember Milosevic? And Sarajevo? And Sebrenica?

Francesco le canta a James: intervento breve e duro. Siccome non faccio l’arbitro, non sono imparziale e mi trovo perfettamente d’accordo con lui, lascio scorrere il gioco. Sperando che James - la cui opinione agguerrita continuo a rispettare - risponda. Quanto alla bandiera del Tibet allegata a Max, è un’ottima idea ma, dati i tempi e i costi, avremmo dovuto farla confezionare in Cina (!!!!????!!!!). L’abbiamo sostituita con una maglietta «Free Tibet!» confezionata in Italia con cotone indiano che uscirà allegata al prossimo numero in edicola il 6 maggio: tutto il ricavato, con le modalità specificate nell’editoriale, andrà direttamente al Dalai Lama per contribuire alla costruzione di una scuola superiore per i profughi. Ci sembra una buona arma di pace contro il genocidio culturale della tradizione tibetana.

Bellissima la testimonianza di Roberto: se intende farmi conoscere il suo cognome e il suo lavoro, usi pure la mia mail privata - andrea.monti@rcs.it. E molto pertinente è anche la nota di Claudio (cinquantenne come me, generazione di ferro vivaddio!): nel ‘59, quando fu invaso dalla Cina maoista, il Tibet era uno stato sovrano e indipendente. E se si vuole tornare a evi storici precedenti per giustificare quell’atto di forza, occorre notare che il Tibet era stato sottoposto alla dominazione mongola, e non cinese. Come dire: le chiacchiere stanno a zero. Leggere Wiki per credere.

Giovanni alza una palla molto invitante, ma anche molto scivolosa. Non mi ci provo neppure a schiacciarla. La rimando nel tuo campo: hai ragione, l’Occidente si è macchiato (e spesso continua a macchiarsi) di azioni riprovevoli contro popoli ed etnie inermi, tanto violente quanto lo è la repressione in Tibet. Ma allora, Giovanni, non capisco la conclusione. Nessuno pensa di poter dare «lezioni» ai cinesi e solo a loro. La nostra, la mia e la tua, - lo ripeterò sino alla nausea - è una testimonianza in favore dei diritti dei popoli, di tutti i popoli. Ma la collegialità della colpa non mi pare un buon motivo per passarla liscia ai cinesi. Io non sono Bush, non sono compartecipe del colonialismo, del massacro degli indiani d’America o dell’annientamento culturale e fisico degli aborigeni australiani, a pensarci bene non mi sento neppure  «occidentale» nel senso classico , termine che aborro. Ma le pallottole sono più dure delle parole e delle idee: ovunque uccidano, a Lhasa o a Wounded Knee non importa, lì sta il mio dissenso, il mio dolore e il mio disgusto. Sono ingenuo? Oppure semplicemente caparbio?

Infine una nota di metodo: questo blog è bellissimo e mi appassiona. Ma rischia di chiudersi in un rimpiattino tra Tibet e Italia. Perchè non proviamo tutti insieme a discutere di un concetto semplice e un po’ più vasto: qual è il valore della libertà dell’individuo e dei suoi diritti nella società globalizzata? Assoluto o subordinabile alle esigenze di una comunità, di uno stato o più genericamente della storia? Come usiamo della nostra libertà? Ha senso indignarsi per il Tibet e non ribellarsi alla camorra? Che cosa unisce i grandi temi dell’impegno sociale e della testimonianza? Lottare (con gli strumenti di Ghandi, per quanto mi riguarda) arricchisce o stanca?

Scusate la lunghezza, ma ho risposto a tutti, tranne che a Francesco sul tema spinoso degli sponsor olimpici. Come mi piacerebbe darmi malato! Invece, siccome mi sento benissimo, dedico alla faccenda il post che segue. Grazie a tutti.

Aprile 15, 2008

Il nostro sponsor tibetano

Nel mio cuore, questo blog non comincia oggi. Inizia molto tempo fa alle pendici dell’Himalaya, in una gelida sera di tarda primavera. Fu attorno a un fuoco nomade il mio primo incontro con il the salato e con uno strano popolo senza terra, fedele a una spiritualità senza un dio, impegnato in una battaglia senza armi, pronto a sacrificarsi per un diritto senza speranza. Alla saggezza dei lama tibetani, alla loro straordinaria «scienza della mente» devo molta della serenità con cui cerco di guardare dentro me stesso e nel mondo che mi circonda. Se c’è qualcuno tra chi legge che ha sperimentato la stessa sensazione, è pregato di essermi testimone. E di raccontare la sua storia.

Ciò che accade in Tibet da quarant’anni - non da quaranta giorni - è l’annientamento sistematico di un’etnia, una cultura e un ambiente preziosi per l’umanità, oltre che dell’unica religione nel cui nome non sia mai stata dichiarata una guerra. Otto milioni di “coloni” cinesi hanno trasformato sei milioni di tibetani in una minoranza a rischio d’estinzione, oppressa, vilipesa, spogliata di ogni bene e ogni futuro. Il palazzo del Potala è divenuto un’attrazione turistica, il lago sacro che lo lambiva un parcheggio, il quartiere di JoKang l’incrocio tra un lupanare e uno shopping center. La brutalità dei soldati e la maleducazione dei turisti alimentano l’invasione grazie a una nuova, ardita ferrovia che arriva da Pechino. Mi pare l’ennesimo segno di una globalizzazione violenta, di un progresso non richiesto e assai poco desiderato.

Di fronte alle manifestazioni dei giorni scorsi, ecco il dilemma: boicottare le Olimpiadi in segno di protesta? Mesi fa, in margine a una grande inchiesta sulla Cina e i diritti umani, Max fu il primo giornale italiano a rompere il tabù e a proporre quella che allora sembrava una domanda provocatoria. Tre lettori su quattro risposero che l’Occidente farebbe meglio a starsene a casa. Siete ancora dello stesso parere?

Io no. La mia opinione è che si tratterebbe di uno generoso errore. Penso sia saggio ascoltare il Dalai Lama, che di pace se ne intende, quando non reclama la sospensione dei Giochi né l’indipendenza, bensì il rispetto della cultura buddista e l’autonomia amministrativa. La sua prudenza, che negli ultimi giorni di trattative segrete sembra ottenere qualche successo, mira ad evitare che l’impresentabile dirigenza cinese trasformi un genocidio culturale in un genocidio fisico. Ovvero il male peggiore. C’è una ragione per dargli torto?

Dire no al boicottaggio non mi pare un omaggio servile agli sponsor e a uno spirito olimpico che - da Berlino ’36 passando per Monaco, Montreal e Mosca - è divenuto da tempo un simulacro burlesco della fratellanza sportiva. Anzi: a Pechino, gli atleti e soprattutto i giornalisti ci devono andare per tenere accesi i riflettori non solo sul Tibet ma sui diritti di tutti gli umani, dagli ex ragazzi di Tienammen tuttora perseguitati, al Darfour alla Birmania. Il loro vero sponsor è quello che ci siamo scelti noi di Max. Ha la faccia di un povero monaco e i colori della bandiera tibetana. Ogni occasione sarà buona per dargli lustro: non ha montagne di soldi da spendere né un marchio da imporre. Ma la nostra pubblicità gli serve. Disperatamente.

Aprile 9, 2008

MAX FOR «FREE TIBET»

50 ARTISTI ITALIANI SUL SITO E IN COPERTINA

Voi che ci seguite sul web e sul giornale lo sapete bene: da qualche mese a noi di Max è preso il pallino della Cina, delle Olimpiadi e sopratutto dei diritti umani. Sempre voi ci avete dato una bella mano: già a novembre, sette Max People su dieci chiedevano il boicottaggio dei Giochi di Pechino, nel ricordo di Tien Ammen e delle migliaia di persone che ogni anno vengono condannate a morte da un regime impresentabile. Anche se la maggioranza dei politici e dei media continua a vezzeggiarlo per ragioni biecamente economiche.

Bene. Ora serve un’altra volta il vostro aiuto perchè ci riproviamo…

Abbiamo deciso di lanciarci nella campagna «Free Tibet» chiedendo a un gruppo di attori e musicisti italiani di testimoniare su Max il loro impegno. La cosa, cominciata in sordina, ci sta esplodendo in mano: ormai sono una cinquantina i personaggi top dello spettacolo che hanno aderito all’iniziativa.

Da oggi sul nostro sito potrete seguire passo per passo lo sviluppo delle operazioni. E parteciparvi attivamente. Come? Semplice:

1 - METTICI LA FACCIA >>> Diventa anche tu testimonial della campagna di Max per «Free Tibet»
2 - FAI SENTIRE LA TUA VOCE >>> Scrivi un messaggio di protesta, noi faremo di tutto perchè il governo cinese lo riceva.
3 - DACCI UNA MANO >>> Partecipa al mio/nostro blog: il meglio verrà pubblicato su Max.
4 - DAI UNA MANO AL DALAI LAMA >>> A breve ti spiegheremo come partecipare a un progetto indicato direttamente dal Dalai Lama: contribuire alla costruzione di una scuola è il modo migliore per difendere la cultura tibetana.
5 - CONTINUA A DARCI UNA MANO OGNI GIORNO >>> Su Max la campagna «Free Tibet» si arricchirà costantemente di adesioni, volti noti e non noti, notizie, provocazioni. Perchè questo è solo l’inizio…

Andrea Monti
Direttore di Max