Torno al mio blog dopo tre giorni d’assenza, sorry… Sul fronte tibetano, poche novità e tutte sottotraccia. Le mie fonti a Daharamsala, sede del governo tibetano in esilio, parlano di contatti tra emissari del Dalai Lama e non meglio precisate autorità cinesi: non le definirei ancora speranze concrete ma una piccola luce nel buio pare si sia accesa, e per ora mi accontento. Intanto la torcia olimpica continua il suo torturatissimo viaggio, le manifestazioni proseguono come un tremore sordo, in assenza di grandi scossoni i giornalisti occidentali sembrano essersi stancati di riportare ogni giorno la stesse notizie (e sbagliano), il rischio di questo intermezzo è che la questione tibetana, e più in generale quella dei diritti umani, scivoli in secondo piano, diventi routine. Tocca a noi, e al popolo della rete, tenerla viva. Contrastare la campagna di contro-informazione scatenata dai cinesi. Inventarsi ogni giorno un modo per esserci.
La vera novità, nel mio piccolo, è che il blog di Max e i relativi messaggi che ci incaricheremo di far pervenire alle autorità di Pechino dopo il ponte del primo maggio, stanno prendendo una strana piega politica nostrana, come se la questione Free Tibet si incrociasse con l’esito delle elezioni e le divisioni ideologiche che da sempre percorrono la nostra comunità nazionale. In sostanza, si ideologizza. Può non essere un male: è sempre meglio un interesse laterale o distorto che un disinteresse tombale. Ma attenzione, ragazzi: James che nel suo commento mischia Tibet e Kossovo, che ci accusa di salire sul carrozzone «Tibet Libero» per impicciarsi di affari d’altri che poco conosciamo, mi ricorda da vicino alcuni amici della sinistra radicale e alternativa, disperatamente avvinti all’idea che la violazione dei diritti fondamentali da parte di regimi nazional-comunisti sia in qualche modo giustificata da fini ultimi magnifici e progressivi. La questione balcanica è certamente complicata e i serbi non sono gli unici «uomini neri» della regione. E per me, il concetto di libertà inalienabile dell’individuo vale tanto per i serbi quanto per i tibetani. Ma non si possono mischiare due contesti e due situazioni storiche tanto diverse. Caro James, do you remember Milosevic? And Sarajevo? And Sebrenica?
Francesco le canta a James: intervento breve e duro. Siccome non faccio l’arbitro, non sono imparziale e mi trovo perfettamente d’accordo con lui, lascio scorrere il gioco. Sperando che James - la cui opinione agguerrita continuo a rispettare - risponda. Quanto alla bandiera del Tibet allegata a Max, è un’ottima idea ma, dati i tempi e i costi, avremmo dovuto farla confezionare in Cina (!!!!????!!!!). L’abbiamo sostituita con una maglietta «Free Tibet!» confezionata in Italia con cotone indiano che uscirà allegata al prossimo numero in edicola il 6 maggio: tutto il ricavato, con le modalità specificate nell’editoriale, andrà direttamente al Dalai Lama per contribuire alla costruzione di una scuola superiore per i profughi. Ci sembra una buona arma di pace contro il genocidio culturale della tradizione tibetana.
Bellissima la testimonianza di Roberto: se intende farmi conoscere il suo cognome e il suo lavoro, usi pure la mia mail privata - andrea.monti@rcs.it. E molto pertinente è anche la nota di Claudio (cinquantenne come me, generazione di ferro vivaddio!): nel ‘59, quando fu invaso dalla Cina maoista, il Tibet era uno stato sovrano e indipendente. E se si vuole tornare a evi storici precedenti per giustificare quell’atto di forza, occorre notare che il Tibet era stato sottoposto alla dominazione mongola, e non cinese. Come dire: le chiacchiere stanno a zero. Leggere Wiki per credere.
Giovanni alza una palla molto invitante, ma anche molto scivolosa. Non mi ci provo neppure a schiacciarla. La rimando nel tuo campo: hai ragione, l’Occidente si è macchiato (e spesso continua a macchiarsi) di azioni riprovevoli contro popoli ed etnie inermi, tanto violente quanto lo è la repressione in Tibet. Ma allora, Giovanni, non capisco la conclusione. Nessuno pensa di poter dare «lezioni» ai cinesi e solo a loro. La nostra, la mia e la tua, - lo ripeterò sino alla nausea - è una testimonianza in favore dei diritti dei popoli, di tutti i popoli. Ma la collegialità della colpa non mi pare un buon motivo per passarla liscia ai cinesi. Io non sono Bush, non sono compartecipe del colonialismo, del massacro degli indiani d’America o dell’annientamento culturale e fisico degli aborigeni australiani, a pensarci bene non mi sento neppure «occidentale» nel senso classico , termine che aborro. Ma le pallottole sono più dure delle parole e delle idee: ovunque uccidano, a Lhasa o a Wounded Knee non importa, lì sta il mio dissenso, il mio dolore e il mio disgusto. Sono ingenuo? Oppure semplicemente caparbio?
Infine una nota di metodo: questo blog è bellissimo e mi appassiona. Ma rischia di chiudersi in un rimpiattino tra Tibet e Italia. Perchè non proviamo tutti insieme a discutere di un concetto semplice e un po’ più vasto: qual è il valore della libertà dell’individuo e dei suoi diritti nella società globalizzata? Assoluto o subordinabile alle esigenze di una comunità, di uno stato o più genericamente della storia? Come usiamo della nostra libertà? Ha senso indignarsi per il Tibet e non ribellarsi alla camorra? Che cosa unisce i grandi temi dell’impegno sociale e della testimonianza? Lottare (con gli strumenti di Ghandi, per quanto mi riguarda) arricchisce o stanca?
Scusate la lunghezza, ma ho risposto a tutti, tranne che a Francesco sul tema spinoso degli sponsor olimpici. Come mi piacerebbe darmi malato! Invece, siccome mi sento benissimo, dedico alla faccenda il post che segue. Grazie a tutti.