L’Olimpiade degli Sponsor

Premessa: per un direttore di giornale il rapporto con la pubblicità è questione importante e spinosa. Ne va dello stipendio e, nello stesso tempo, della qualità e trasparenza di ciò che proponiamo ai lettori. Ciò invita da sempre molti miei colleghi a tartufismi imbarazzanti. Non è il mio stile, e poi un blog è un blog, un fatto espressivo irriducibilmente individuale. Quindi proverò a riassumere con serenità il mio punto di vista, non necessariamente quello del mio Editore, che pure mi lascia operare nella massima libertà.

E’ vero che le Olimpiadi di Pechino segnano, o dovrebbero segnare, il trionfo della globalizzazione illimitata e di un pensiero unico – il neocapitalismo totem socioculturale del terzo millennio – che mi spaventa assai.

E’ vero che molti dei grandi sponsor sono stati coinvolti nel passato anche recente in violazioni più o meno colpevoli dell’etica che impone di non far cucire palloni e magliette ai ragazzini del terzo mondo: come quelli del primo, anche loro avrebbero diritto di stare a scuola e non al tornio.

E’ vero che l’organizzazione stessa del mercato finanziario che sorregge le imprese multinazionali pone il profitto come principio e come fine di ogni attività umana. Altro errore di prospettiva che, egoisticamente, potrebbe costarci caro. Senza valori non si crea valore.

E’ vero che la vicenda del Tibet avrebbe assunto ben altra rilevanza se attorno ai giochi di Pechino non si aggomitolassero interessi politici ed economici di enorme rilevanza.

Non è vero, invece, che spetti alle aziende o agli sponsor commerciali il compito di porsi come primi attori a tutela dei diritti umani. Quello è il mestiere degli stati e dei leader politici. E, ancor più, di noi tutti; intendo di ogni singolo individuo di buona volontà, testimone dei propri principi. A noi spetta il compito, se lo vogliamo, di far udire una voce scomoda, che antepone i diritti al profitto, la libertà dell’individuo a quella del mercato (come se, nell’impostazione classica e corretta del liberalismo, le due cose non coincidessero…).

E’ vero, infine, che le aziende sono fatte di uomini, e che gli uomini posso scegliere. Molti li conosco, e so che condividono quanto vado sostenendo. Non metto in discussione la loro presenza a Pechino, non lo fa neppure il Dalai Lama. Mi auguro solo che il tono della loro presenza sia asciuttamente e sobriamente legato all’evento sportivo e alla pubblicità di marchi e prodotti. Dovesse invece diventare una celebrazione del «miracolo cinese» o, peggio, la legittimazione servile e giustificatoria di un regime che ritengo tuttora impresentabile, le criticherò con grande nettezza. Anche a costo di perdere qualche pagina di pubblicità. Come diceva Humphrey Bogart: è la stampa bellezza, e non puoi farci nulla!

3 commenti

Archiviato sotto Uncategorized

3 risposte a L’Olimpiade degli Sponsor

  1. Ciro Ferretti

    Io esprimo la mia ammirazione a Max e al suo direttore per la posizione presa.
    Voglio partecipare alla campagna free-tibet e voglio farlo con una breve riflessione.
    Io credo credo che l’assegnazione delle olimpiadi alla Cina non sia stata, come si sente d piu’ parti, un errore. Infatti, soltanto il clamore di un evento dove gli interessi economici sono di portata mondiale permettono di porre l’attenzione sul problema Tibet. La repressione sistematica dell’etnia tibetana da parte del regime cinese è vecchia di decenni e per buona parte è avvenuta con il silenzio di una guerra a bessa intensità che non desse fastidio alle coscienze occidentali. Quando poi l’esercito cinese ha aperto il fuoco, la censura ha abilmente attutito l’eco dei colpi permettendo che questo ‘genocidio culturale’ avvenisse senza particolari scossoni mediatici.
    Quindi, in conclusione, ben venga l’assegnazione dei giochi olimpici alla Cina e la conseguente visibilità delle sue inaccettabili violazioni dei diritti umani.
    Il coperchio è stato sollevato
    ed il re è stato cosi’ denudato.

    Free Tibet!!!

    Grazie
    Ciro

  2. Serena

    Tashi delek!

    Ho avuto la fortuna di avvicinare un monaco buddhista, scampato al fuoco dei militari cinesi dove nei primi anni dell’ occupazione perse tutta la sua famiglia . Tutta la sua famiglia assassinata,in un solo giorno.Mentre parlava provavo a figurare nella mia mente l’ accaduto,cercavo di capire come si fosse sentito,come un simile accadimento incidesse su di una persona. Nel fare questo sicuramente la mia faccia doveva avere assunto un’ espressione corrucciata e sicuramente devo aver provato dell’ astio nei confronti degli uccisori.Quando sono riuscita ad uscire da quello stato di immedesimazione mi sono accorta che il volto del monaco non era affatto angustiato e che il mio tentativo di comprendere i reali sentimenti della vittima era totalmente errato. Al contrario …la sua voce,nonostante stesse parlando di violenza impietosa ,era melliflua e scorreva dolcemente,senza alcun ostacolo d’ ira o risentimento. Mi ha detto:io ho dimenticato. Provare odio non serve a niente.E sorrideva.E’ questa la forza del Tibet : l’ amorevole gentilezza,la compassione. E mentre noi ci domandiamo perchè la popolazione tibetena si sia ribellata “soltanto adesso” al contrario la maggior parte dei tibetani,seguendo la loro guida siprituale e temporale -Sua Santità il Dalai Lama- si domandano perchè la compassione non sia bastata,perchè loro stessi abbiano ceduto alla violenza.
    Il cammino della non violenza segue una strada tutta sua, fatta di scelte invisibili. Di azioni non manifeste perchè rifiutate. Scegliere di non agire,di non rispondere alla violenza è un’ azione silente. Ma è un’ azione.Non si vede ma c’è.
    Spesso mi domando come sarebbero andate le cose se a trovarsi nelle circostanze del Tibet fosse stato un qualsiasi altro Paese. A parer mio ? Una guerra …
    E’ questa guerra che non c’è ,in quelle armi non imbracciate,nell’ odio non covato la vera anima del Tibet.
    Il popolo tibetano è schiacciato dal governo cinese. Anche lo stesso popolo cinese ne è oppresso,privato di ogni diritto,della libertà.
    Dobbiamo impegnarci affinchè i diritti siano rispettati anche nella stessa Cina. Incoraggiare la Cina a comprenderne l’ importanza aiuterà,ne sono certa,anche il Tibet.
    Chi può dare libertà se libertà non sa cosa sia?
    Sì ai giochi olimpici,come super mega schermo dove proiettare i drammi e le contraddizioni di una potenza in crescita.

    Tashi Delek,

    Serena

  3. Ammirevole coraggio, evviva la trasparenza.
    Con il can-can degli europei, per un attimo avevo rimosso l’imminenza di queste Olimpiadi… fino a ieri quando ho visto un servizio sui preoccupanti livelli di inquinamento a Pechino, imbarazzanti e pericolosi per l’incolumita’ degli atleti.
    Come se non bastassero le reiterate e ininterrotte violazioni dei diritti umani, perpetrate non solo verso il Tibet, ma anche l’appoggio al regime della Birmania, come ho trovato anche un appello, un po’ fuori dal coro ma sempre benvenuto, in questo strambo blog.

    Boicotaggio messo da parte (ma mi aspetto comunque di non vedere pubblico festante e clima delle grandi occasioni…) non resta che sperare davvero che tutto si limitera’ alla cornice sportiva dell’evento, e allo stretto marketing per i marchi sponsor. Staremo a vedere

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s